Speriamo di aver eseguito il procedimento giusto senza violare il regolamento^^ Buona Lettura.

“Il dolore infierisce proprio la dove s’accorge che non è sopportato con fermezza.
Poiché il ringhioso dolore
ha meno forza di mordere l’uomo che lo irride e che lo tratta con disprezzo”
William Shakespeare
“La storia che sto per raccontarvi, non è una storia qualsiasi.
Sicuramente non ne avete mai sentita una simile.
Perché questa… è la mia storia”.
Tutte le storie che conosco, iniziano con “c’era una volta” o “molto tempo fa”.
Tutte le storie che conosco parlano di principesse bellissime e castelli incantati.
Tutte le storie che conosco raccontano di fanciulle innamorate e principi coraggiosi.
Tutte le storie che conosco narrano di gesta eroiche e vicende d’amore.
La mia storia…
Comincia su un marciapiede.
Spero di non avervi deluso perché questa, non è la favoletta della ragazza sfortunata che vive con la matrigna, finchè il suo principe non viene a salvarla per vivere tutti felici e contenti.
Se vi siete illuse di questo, romantiche sognatrici, vi consiglio di smettere di starmi a sentire.
Tutto comincia proprio qui, nelle strade buie di Berlino. Nelle strade fredde di Berlino.
Nelle mie strade.
È qui che sono cresciuta. È qui che vivo.
È il mio rifugio, è la mia casa.
E tutto quello che sono, è tutto quello che ho.
Il mio non è un mestiere.
Essere una puttana non è una professione.
Prostituirsi non è lavorare.
È vivere.
Ho 18 anni e già immagino le vostre espressioni. Mi sembra di vedere i vostri visi contorti di smorfie disgustate.
-solo 17 anni, poverina.-
Sappiate che le vostre disapprovazioni, mi sono del tutto indifferenti. Sono abituata a sopportare di peggio.
Lasciate perdere quelle stronzate che si dicono in giro, molto spesso scritte a penna e calamaio da qualche vecchio filoso rincoglionito che della vita… non ha capito proprio un cazzo.
Ed eccolo lì. Pipa in bocca, barba lunga e bianca, posizione mistica, espressione saggia. Vi posa apprensivamente una mano sulla spalla e biascica piano:
“Le parole feriscono più della spada”.
Tutte sciocchezze.
Sciocchezze perché, chi ha sofferto veramente, chi sa davvero cosa significa dolore, il peso delle parole non lo sente dopo un po’.
Qui non si parlerà di amori sdolcinati, di amicizie indissolubili o di sogni realizzati.
Scordatevi morali del tipo: “L’amore vince sempre” o “Chi trova un amico trova un tesoro”, perché se credete che la vita sia tutta rose e fiori vi sbagliate. E io ve lo posso raccontare.
Sentii il vento gelido pungermi la pelle lasciata nuda sotto lo striminzito abito che portavo con poco imbarazzo, quella sera.
Le mie condizioni fisiche potevano invidiare un denutrito e rachitico adolescente sul letto di morte.
Le gambe erano estremamente pesanti e stanche, imprigionate in stivali scuri e lucidi fino alle cosce affusolate. I sottilissimi tacchi erano costretti a sopportare tutto il peso del mio corpo.
Le braccia conserte stringevano la piccola borsetta di plastica fucsia lucida, talmente piccola da riuscire a contenere a stento il mio cellulare, un pacchetto di sigarette (se schiacciato bene anche due), un lucidalabbra, il mascara e la cipria.
Decisamente non era un buona serata, quella.
I clienti si contavano sulle dita di una mano, quand’era così, difficilmente “spettava qualcosa anche a me”.
Era paradossale che ci fosse una “gerarchia” anche in quelle circostanze. Considerevolmente probabile era che la mia fosse solo paranoia. Ma mi sentivo l’ultima ruota del carro.
All’inizio del marciapiede si posizionano, praticamente sempre, le più esperte, le più anziane.
Le chiamavano “queens”.
Diventare una queen, significava distinguersi da tutte le altre.
Tutte portavano rispetto alle queens.
Loro avevano la precedenza ogni volta che un cliente si avvicinava.
Poteva essere considerato quasi un delitto, non rispettare questa rigorosa norma.
Non le conoscevo tutte, non avevo mai parlato con nessuna di loro. Magari non si rendevano neanche conto di essere venerate come delle dee, sulla nostra strada.
Ipotesi nata dal fatto che l’indifferenza e la freddezza di quelle bambole di ceramica avrebbe fatto impallidire qualunque diva del cinema.
Se avessi avuto con me un block notes avrei appuntato che, una volta raggiunto un obbiettivo particolarmente importante e morbosamente bramato, ci si ritrova totalmente indifferenti. Senza un briciolo di soddisfazione.
Le queens non erano difficili da riconoscere. Erano quelle che adottavano un abbigliamento totalmente più estroso, rispetto a quello delle normali praticanti.
Stivaloni rosa confetto, pizzi, paillettes, tulle…
Acconciature cotonate, extension o parrucche.
Castani mechati, blu notte, rosso scarlatto o biondo platino.
Ciglia finte, rossetti decisi, eye-liner multicolore.
In serate come quelle, erano certamente quelle che ricevevano più denaro. E in occasioni come quelle, in cui l’apparenza è fondamentale, andando contro ogni etica morale, sicuramente erano quelle che riscuotevano più successo.
I clienti sono pochi ed esigenti. Più volte mi hanno fatto notare che non ero abbastanza soddisfacente per le loro aspettative.
Chi s’interessava a me erano, più che altro, i clienti dai 50 anni in su.
Ormai l’ansia e il terrore non si facevano più vivi in me, da quando era diventata una routine vedere le loro auto procedere lentamente lungo la strada, con il conducente scrutatore di ogni dettaglio e ogni forma.
E poi, vedevo l’auto fermarsi proprio di fronte a me.
A quel punto era un gesto automatico aprire lo sportello della macchina e infilarmici dentro senza fiatare.
La nausea che si faceva sentire quando quelle mani ruvide strisciavano febbrilmente sulla mia pelle bianca veniva facilmente domata. Il loro fetido fiato impregnava il mio corpo e i miei capelli. Il loro viso pungente e sporco strusciava contro il mio petto.
Baciavo le loro labbra umide e raggrinzite, succhiavo la loro pelle vecchia e trasandata mentre le mie piccole mani esploravano i genitali maleodoranti e, di sicuro, igienicamente non curati, provocando loro insopportabili sospiri e gemiti strozzati.
Invano, stringevano con forza i miei seni, sperando di trovare ancora gratificazione in un mio eventuale gemito. Le loro aspettative venivano puntualmente deluse dalla mia cerulea e quasi scultorea indifferenza.
La mia pelle era comparabile solo al marmo ormai, fredda e dura. Troppe volte era stata toccata, inumidita, percossa.
Sapevo di dover imparare a sopportare il dolore.
Allo scadere dei 40 interminabili minuti, finalmente potevo scrollarmi di dosso quell’opprimente e fastidioso peso che mi schiacciava il torace.
Riscuotevo ciò che mi spettava e scendevo dall’auto.
Mi strinsi nelle mie esili spalle in inutile tentativo di difendermi dal freddo che mi aveva contratto tutti i muscoli del corpo.
Mi sforzai di accennare un sorriso osservando la donna di colore che, amorevolmente, mi venne incontro, percorrendo l’asfalto sulle sue zeppe dorate. Le sue gambe sode si muovevano ritmicamente e le braccia ciondolavano mollemente lungo i fianchi.
-Chanel.- sussurrò dolcemente sfiorandomi un braccio.
Chanel è il mio nome. Ed io lo odio.
Laila no. Lei non la odio.
Laila è mia madre.
Laila è mia sorella.
Laila è mia amica.
Il legame non era di effettiva parentela, ma lei amava considerarmi un po’ come sua figlia.
A me andava bene così.
Proprio come me, lei non era tedesca. Lei era una ragazza di New York.
Troppo abituata a badare a se stessa, con la pelle troppo dura per provare compassione o per avere paura.
Da quando mi conobbe, mi volle subito molto bene.
Forse gli facevo tenerezza o magari, solo pietà.
Avevo sempre invidiato la sua folta e mossa chioma corvina per nascondere il disagio dei miei capelli, altrettanto lunghi, ma liscissimi e biondi.
La sua pelle scurissima e i suoi occhi castani dalla forma enigmatica mi avevano sempre affascinata.
Come ogni sera, mi donò un bacio sulla fronte che mi riscaldò il cuore.
Lei era molto più grande di me.
Ne ero sicura.
Anche se non avevo la più pallida idea dell’ età vera e propria e, forse, non volevo saperlo.
Mi piaceva restare nel dubbio. Mi piaceva, di tanto in tanto, immaginarla proprio la mia mamma.
Era la persona che amavo di più in assoluto. Forse, perché era l’unica che avevo.
-Fa freddo stasera.- mi sussurrò con quel suo sorriso stampato in faccia, mentre accendeva una sigaretta.
Annuii abbozzando un sorriso.
Osservai il suo profilo.
Il livido che aveva sull’occhio si vedeva ancora, nonostante avesse cercato di coprirlo con un abbondante strato di ombretto dorato. Provai rabbia.
Mi sembrava di poter vedere la scena sotto i miei occhi, quella sera.
Fece per scendere dall’auto, ma fu afferrata per un braccio.
-Che diavolo stai facendo?? Lasciami! Il tempo è scaduto.-
-Ehi, calma bella. Voglio solo divertirmi un altro po’.-
-Non se ne parla. Ci sono altri clienti e adesso lasciami!-
-Andiamo, non fare la preziosa con me.-
La ragazza provava a divincolarsi inutilmente, mentre l’uomo le cinse i glutei con le mani per poi morderle la pelle del collo.
-Lasciami!- urlò dimenandosi e premendo le mani sul petto dell’uomo cercando di non far combaciare i corpi.
-Se non stai ferma non ti pagherò un centesimo, brutta puttana!-
-Non m’interessa lasciami andare!- strillava disperata.
Lui le bloccò i polsi con le mani, stringendoli forte fino a farle male.
La colpì in faccia…
Violentemente…
Ripetutamente…
Chiusi gli occhi sollevando il viso verso il cielo nero.
Il vento gelido me li fece lacrimare, arrossando anche le guance pallide.
Laila diede un’occhiata veloce all’orologio che portava al polso per poi sentenziare:
-Sono solo le 23. Sarà una lunga nottata.- sospirò con una punta di rassegnazione.
Sospirai anche io, nonostante il suo tono caldo e pacato mi rassicurò, alleggerendo il peso della stanchezza.
-Vado di là. È arrivata un’auto.- m’informò non distogliendo lo sguardo dalla strada, illuminata dai fari di un’automobile che pian piano si stava avvicinando.
Guardai nella sua stessa direzione.
-Mi raccomando, stai attenta.- raccomandò come al solito dandomi un altro bacio sulla guancia.
Era come un copione letto e riletto all’infinito. e la risposta era sempre la stessa. Così ovvia, che lei non l’aspettò nemmeno, prima di allontanarsi.
-Si.- dissi con un filo di voce sorridendo.
Mi sistemai un ciocca di capelli dietro le orecchio e tornai a fissare l’asfalto scuro.
L’incontrollabile bisogno di nicotina si fece risentire per la sesta volta quel giorno e, come sempre, decisi di assecondarlo.
Il mio Super Io non aveva alcun potere nella mia psiche ormai.
La teoria del dottor Freud mi faceva un baffo.
L’accesi e me la portai alle labbra, baciandone la punta.
Socchiusi gli occhi, assaporai il tabacco, lo sentii ardere nella gola, bruciarmi piacevolmente ogni piccola fibra della lingua.
Era uno dei pochi piaceri che davvero potevo concedermi quando volevo.
Bastava togliere un 3% di quello che guadagnavo e nasconderlo nel reggiseno. Poteva servire per comprare le sigarette e qualcosa da bere, a volte.
All’improvviso il mio viso, perso nell’ombra, venne illuminato da una luce bianca e accecante.
Era già arrivata la mia ora?
Il buon Dio aveva finalmente deciso di portarmi via da quell’esistenza di sofferenze, per scaraventarmi nel tanto sospirato inferno?
Era solo un’auto e, il mio umorismo nero e poco opportuno mi lasciò scivolare un espressione di sufficienza sul volto.
Mi affrettai a gettare la cicca e spegnerla con il piede.
Soffiai via tutto il fumo e cercai mandare via l’odore dai vestiti, motivo per cui non potevo fumare nell’orario di lavoro.
Mi passai una mano tra i capelli liberando la fronte, sorridendo sensualmente all’auto che rallentò davanti a me.
Una Cadillac Escalade scura. Una meravigliosa Cadillac Escalade scura.
Macchine come quelle non si vedevano tutti i giorni.
Rimbombava, nei finestrini, il suono ovattato della musica dello stereo ad alto volume.
I vetri erano oscurati, non riuscivo perciò, a riconoscere le figure al suo interno.
Ero davvero poco sicura che si fosse fermata davanti a me di proposito. Chiunque con un gioiellino del genere, doveva essere un tipetto abbastanza esigente. Curioso era il fatto che si fosse fermato
davanti ad una come me.
Mi avvicinai e a quel punto i finestrini si abbassarono.
Gli interni color cammello erano in pelle. La teoria che questo stronzo fosse sfondato di soldi diventò una certezza.
Volti mai visti prima di quel momento.
-Bella macchina.- sussurrai verso il conducente accarezzando la carrozzeria lucida.
-Bel culo.- mi rispose sfacciatamente sorridendomi, il tipo.
Teneva un braccio appoggiato sul volante e l’altro sullo schienale del sedile.
Dal cappellino bianco fuoriusciva una pettinatura rasta, biondo scuro.
Indossava una felpa dello stesso colore XXL e dei jeans della medesima taglia chiarissimi.
Mi osservava con gli occhi nocciola, sorridendo sghembo. Quel sorriso da ebete mi fece notare un piccolo particolare sul lato sinistro del labbro inferiore, dove un anellino con due palline di metallo agli estremi luccicava spavaldo, quanto chi lo portava.
Gli amici sorridevano a loro volta, facendosi scappare di proposito risatine e sguardi maliziosi. Non osai incrociare i loro occhi.
-Sali.- fece.
Suonò quasi come un ordine…
Ed io obbedii.
Note delle Autrici: Speriamo sinceramente che voi abbiate gradito questo primo capitolo. È una lunghezza piuttosto modesta e abbiamo cercato di non dilungarci troppo su stucchevoli dettagli, in modo da rendere la lettura più piacevole. La frase “On the wayside” significa “sul ciglio della strada”, ci è sembrata la più adatta. In italiano risultava poco orecchiabile. in tedesco meglio non parlarne. Tradotta in inglese era perfetta. Il primo capitolo, solitamente, ha il compito di fare un po’ una panoramica della situazione iniziale dunque, speriamo di aver reso bene l’idea. Ci riteniamo delle amanti degli aforismi, perciò all’inizio di ogni capitolo ne metteremo uno più o meno pertinente al contesto dello stesso. Stiamo lavorando per la locandina e alla fine di ogni capitolo metteremo le immagini di tutti i personaggi presenti. Come di consueto premettiamo che “Le situazioni presenti in questa fanfiction sono puramente frutto della nostra immaginazione e non sono assolutamente a scopo di lucro. I Tokio Hotel non ci appartengono e le situazioni presenti in questo scritto non intendono mancare loro di rispetto o dare dimostrazione veritiera”. Detto questo, vi salutiamo fino al prossimo capitolo. Ma sì, qualche recensione può far piacere e ringraziamo in anticipo tutte coloro che leggono astenendosi dal dare un giudizio. Un bacio a tutte^^.
_no sense_
La protagonista, noi la immaginiamo così:

ρ α ρ α я α z z ι.
ѕє иσи ρυσι вαттєяℓι
υиιѕ¢ιтι α ℓσяσ!
Bye Bye Scimmietta^^
Ich will da nicht allein sein lass uns gemeinsam in die Nacht (L)
Oh my GOLD O.O

And the seventh thingI hate the mostthat you doyou make me love you
We Will Save You
Gus: "Certo che sgrido Bill! anche più volte al giorno u_u"Bill: "Ma veramente tu non mi hai mai sgridato o_O"Gus: "Beh, nella realtà no. Ma nella mia mente ti ho già picchiato 5 volte u_u"E agli anti-TH? cosa vuoi dire Bill?
E se io ti dicessi che portare i capelli a caschetto come i tuoi accelera la "possibilità" di calvizie, smetteresti di portarli così?Georg:
Dove l'hai trovata questa domanda?
Das kleine Flugzeug! uhuh ^^